Alleviamo le tre varietà, We breed three varieties: Groenendael, Tervueren, Malinois.

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Le quattro varietà di Pastori Belgi, una questione unicamente belga


   Reazione a un articolo di “Lost.Vast”, n. 3, agosto, 16.09.2005

 

In quella rivista trimestrale è uscita un’intervista del Professore Bart Knol, etologo clinico presso la Facoltà Veterinaria di Utrecht, che fa riferimento anche al suo libro Hoe vertel ik het mijn Hond, ‘Come lo racconto al mio Cane’. Il libro libro viene tra l’altro presentato nella stessa rivista. Esso dà dei consigli a tutti quelli che vogliono, in modo semplice e sommario, sapere qualcosa su tutti gli aspetti dei problemi di comportamento del cane.

A margine dell’intervista viene nello stesso tempo affrontato un altro aspetto del suo lavoro scientifico, ossia i problemi ereditari nell’allevamento moderno dei cani (e dei gatti). Questo in relazione con le sue ricerche sui Boxer che vorrebbe estendere ai barboncini e naturalmente, come potete immaginare, ai pastori Belgi, per i quali dobbiamo adottare le stesse idee.

La constatazione che fa è che soltanto il 5% del materiale ereditario viene impiegato ad ogni generazione mentre gli uomini adoperano dall’80 al 90% del materiale. Il confronto del materiale ereditario utilizzato in questo caso dal cane e dall’uomo sembra piuttosto infelice perché i processi di riproduzione nelle due specie sono, si spera, molto lontani uno dall’altro. Per quanto si sa, gli uomini non devono soddisfare alcuna condizione per generare.

Ma insomma quali sono le proposte? Si può tirare a indovinare: più “regolamentazione”, fenomeno tipico nella nostra società moderna. In prima istanza un sistema consultivo solido e scientifico di allevamento che il Consiglio di Amministrazione dovrebbe utilizzare. In seconda istanza la salute dovrebbe ricoprire un più grande ruolo nel riconoscimento del titolo di campione. Infine, e non è la cosa meno importante: un riesame delle divisioni tra le razze.

In cosa consiste dunque quest’ultima regola generale? Oh, in una cosa semplicissima: incrociare insieme le diverse specie. Per i barboncini significa che tutte le altezze e tutti i colori possono essere mescolati e che nel caso dei Pastori Belgi le quattro varietà devono essere mescolate.

Forse che il Sig. Knol non sa che dal 1° gennaio 1994 il Kennel Club inglese aveva ridotto i Pastori Belgi ad un’unica razza, questo in seguito alle concezioni di uno scienziato conosciutissimo? Tale decisione è stata nuovamente ritirata nel 1999, in seguito alla situazione catastrofica e deplorevole della razza, e questo nello spazio di cinque anni. A partire dal 2000 ci sono state di nuovo quattro razze nelle mostre mentre si vedeva ancora l’influenza catastrofica che la precedente decisione aveva avuto sulla razza.

Nel frattempo abbiamo assistito ad un rovesciamento positivo.

Prima di giungere a tali proposte o consigli, sarebbe forse meglio cercare le vere cause della drammatica riduzione della variazione genetica ad ogni generazione.

Cominciamo dunque dall’inizio: dall’allevatore! Quanti allevatori sono attualmente degni di questo nome? Alcuni anni fa un allevatore serio parlava di alcuni giovani allevatori come di “moltiplicatori di cani” e aveva perfettamente ragione. Lo scopo principale dell’allevamento deve sempre essere: mettere al mondo un prodotto il più completo possibile senza tuttavia perdere di vista alcuni punti importanti, ossia: la salute e la preservazione della razza. Per questo c’è senz’altro bisogno di una più grande diversità del materiale genetico perché un materiale genetico troppo limitato nella sua discendenza o nel suo allevamento porta certamente con sé dei problemi (sia per quanto riguarda le malattie che la riproduzione), con la conseguenza che l’energia e il piacere che alcune persone hanno riposto nell’allevamento vengono del tutto persi.

I club delle razze hanno anche loro una grande responsabilità nella diminuzione dell’offerta di materiale genetico, in particolare per via dell’imposizione di diverse regole per poter utilizzare un soggetto per l’allevamento. Basti pensare alle seguenti regole:

1) Radiografie dei gomiti e delle anche

2) Controllo degli occhi

3) Sottomissione a determinati test

4) Raggiungimento di alcuni risultati nelle mostre

5) Autorizzazione di commissioni estere d’allevamento per poter allevare con determinate combinazioni nella stessa varietà

6) Problemi di colori che non furono accettati per motivi arbitrari. A questo proposito apriamo una parentesi. È rassicurante notare che l’ostracismo di cui sono stati ripetute volte vittime i Tervuren grigi viene seriamente ridotto con la nuova edizione dello standard. In tal modo sarà a lungo termine preservata la diversità genetica rappresentata da quegli individui precedentemente poco amati.

Tutti regolamenti che contribuiscono ad una limitazione del patrimonio genetico.

Quale dovrebbe essere la soluzione? Allevare bene è una occupazione a tempo pieno nel senso che deve essere oggetto di attenzione in ogni momento. La base dell’allevamento non è dunque più soltanto da ricercare nelle mostre (non importa quali). I proprietari non dispongono tutti di mezzi finanziari e materiali sufficienti per poter essere presenti a tutte le manifestazioni. Animali belli e buoni possono dunque essere dappertutto. Per questo bisogna aprire gli occhi e le orecchie, e guardare attentamente intorno. E siatene certi: chi cerca trova, sicché la “politica d’intervarietà” resta davvero un’eccezione anziché un’attività regolare come succede in certi paesi che non è necessario nominare con più precisione.

Per quanto concerne i club: quando un cane viene proposto per la riproduzione la si smetta con quella politica del “Non soddisfa ai regolamenti”, né lo si escluda immediatamente se è esso sconosciuto al club.

La selezione canina si basa anzitutto, fin dall’inizio, su un sistema binario, nominato “tandem method”. Questo metodo un po’ troppo manicheistico, perché elimina senza remissione ogni soggetto portatore del minimo difetto indicato come inaccettabile e priva nello stesso tempo la razza di ogni potenziale genetico raro e valido, portato da quello stesso individuo. È uno sperpero che bisognerà un giorno rimettere in questione in modo da evitare la sclerosi programmata di tutte le razze canine.

L’opinione del Prof. Knol è solo un preambolo il cui orientamento non tiene conto del lato culturale o artistico della cinofilia, e qui sta il suo errore. Sembra inoltre dimenticare che è importante evitare la dispersione, nelle quattro varietà di pastori Belgi, di geni moribondi, presenti maggiormente in alcune famiglie rispetto ad altre. Per questo non può in nessun caso essere questione di procedere alla mescolanza di Peli Lunghi, Corti o Duri, poco importa se di color fulvo o nero. In compenso un po’ di tolleranza nei confronti di alcune regolamentazioni o di alcuni difetti minimi non invalidanti potrebbe essere una risposta alle conseguenze disastrose dell’indebolimento genetico di razze pure.

Questo in attesa di una profonda evoluzione delle mentalità per quanto riguarda l’accettazione di una selezione che si avvicini a quella più globale chiamata “total score method”, in vigore per altre specie ma non ancora prospettabile attualmente per la specie canina. Dopo di che bisognerà che le alte sfere della cinofilia ufficiale affrontino il problema alla base.

Si può tuttavia dubitare che queste riforme fondamentali per cambiare l’intero aspetto delle cinofilia siano già per domani. Nel frattempo sono necessarie soluzioni alternative, e la mescolanza delle quattro varietà di Pastori Belgi non è certamente una di queste. È imperativo frenarla limitando al massimo i casi particolari e le eccezioni seguendo una regola di condotta che è sempre stata quella dei difensori tradizionali della razza.

Anny De Prez e Abel Renard

 

Studio sull’uscita 2001 dello standard del Pastore Belga

Parte 2: Il Tervuren grigio

Il colore del pelame del Pastore Belga è sempre stato oggetto di difficili controversie e ci si può chiedere quale livello l’attuale Pastore Belga avrebbe raggiunto se non avessero dichiarato in passato alcuni cani “non grati” e se li avessero incondizionatamente eliminati, anche se erano pregevoli per quanto riguarda il tipo e il carattere. Ma essi erano portatori di un colore del pelame che dispiaceva a questa o a quella persona “ben inserita” nel mondo cinofilo e le cui non condivise motivazioni nulla hanno a che fare con un programma di allevamento che ha come scopo il miglioramento della razza. Ricordatevi in questa occasione la dichiarata preferenza del Prof. Reul per il pelo ruvido grigio cenere a spese del Pastore di Laken. I primi, controcorrente rispetto ai favoriti, non trovarono un amatore che si applicasse a preservare per sempre tali tratti e scomparvero presto. I Laken hanno avuto alla fine l’ultima parola ma non senza aver conosciuto per molti anni una vita difficile, laddove una proporzione accurata di entrambi i colori sarebbe stata molto vantaggiosa per il complesso dei peli ruvidi belgi.
Nel Pastore Belga dal pelo corto esistono gli stessi geni che sono responsabili del colore grigio ma la loro presenza va rapportata alla popolazione interessata precedentemente limitata in numero e si sono finalmente dispersi… Anche se è teoricamente possibile, ma in misura rarissima, incontrare ancora degli esemplari grigi dal pelo corto. In merito a questo fenomeno che si riscontra rarissimamente viene riconosciuto che esso riguarda soltanto casi di caratteristiche ereditarie ancestrali che possono nuovamente fare emergere i geni non desiderati scampati alla selezione. Accettarli significherebbe un regresso e da questo punto di vista la polemica è davvero chiusa.
La situazione è un po’ diversa per i Tervuren. La loro stretta parentela con i Groenendaal e le loro disordinate, frequenti intervarietà in determinati periodi hanno fatto sì che i fattori recessivi che determinano il colore grigio sono sfuggiti al controllo e si sono largamente diffusi. In tale misura addirittura che in alcuni paesi i Tervuren risultarono, diversamente da quelli rossicci, in maggioranza. Partendo da questa costatazione c’è già uno sbandamento a spese del colore rossiccio. La reazione ha comportato delle regole, come la messa da parte degli esemplari grigi, espresse nello standard del 1989 e di cui tutti sanno che furono precedentemente accolte in modo scettico, critico e addirittura come una spina nel fianco da una minoranza di amatori che avevano intenzioni non sempre pure e che dimostrarono nei confronti del paese di origine una mancanza di rispetto. È in ogni caso bene ricordarsi che prima degli anni ’60 e anche dopo, i colori accettati per i Pastori Belgi erano i seguenti: “rossiccio, nero, sfumato e l’intera gamma di colori che va dal rossiccio e dal grigio al nero”. Chi seguiva già in quell’epoca la razza ricorderà Pastori Belgi neri con un muso chiaro, con un’influenza immediatamente evidente del Pastore Tedesco, e che ciononostante, come è tuttavia doveroso, furono iscritti nel LOSH. Ce n’erano ancora altri: “sfumato”, in cui l’apporto del Pastore Olandese era troppo rilevante per poterne dubitare. Un simile miscuglio non poteva durare. Seguì una parziale revisione dello standard di cui i “grigi” avevano sfortunatamente già pagato il prezzo nel 1978, prima di essere messi da parte nel 1989. E ora mostriamo meraviglia per il colore sfumato!
Il colore riappare di nuovo, ma come un piccolo difetto. Si pensava tuttavia che da oltre un decennio fosse completamente escluso dai limiti accettati. Così si riapre una porta funesta, di cui si pensava che fosse chiusa ad ogni influenza dall’esterno.
Quando si adopera il termine “grigio”, è fondamentale precisare che nel Pastore Belga il colore grigio è un colore misto, composto di un dosaggio equilibrato tra peli neri e chiari che dà al pelame un aspetto argenteo che fa un po’ pensare al colore del pelame della volpe argentata. Non si tratta in ogni caso del grigio uniforme che viene chiamato “grigio topo” o “grigio azzurro” che si può vedere in particolare negli alani tedeschi, nel Mastino Napoletano e che si incontra in alcuni Kelpy Australiani e che per quanto riguarda i geni sono abbastanza vicini al Pastore Belga. I geni responsabili di quel grigio modello sono del tutto assenti nel raggruppamento genetico di possibili colori del Pastore Belga di razza pura.
Nella razza di cui ci occupiamo il “grigio” (mescolato) deve inoltre essere molto annerito per assicurare una pigmentazione abbondante, cosa che è molto apprezzata nel paese di origine.
Al riguardo è molto interessante ragionare sui desideri dei pastori che per secoli hanno coltivato la razza e che, a quanto si dice, sceglievano cani ben pigmentati per non confonderli con le pecore che avevano un colore beige sporco, come si vede nella maggior parte delle pecore nelle nostre regioni.
Questa dichiarazione, che per la sua ingenuità ha fatto sorridere, è tuttavia non così ridicola quando ci si riflette un po’. Per un pastore era fondamentale riconoscere a una distanza di almeno 100 m il suo cane in mezzo a un gregge di decine di pecore… Altri diranno che questa necessità non è credibile perché esistono pecore di diversi colori, tra cui il nero e il marrone scuro. Ma è forse per opposti motivi che i cani tartari nell’Est dell’Europa con un pelame bianco senza macchie ricoprono funzioni similari al nostro Pastore Belga. Presumiamo dunque che le pecore lì siano di un diverso colore rispetto a quelle che vivevano sul suolo belga, o che la cosa sia difficile, per via dei metodi di lavoro, da paragonare; i loro cani pastori devono essere il contrario di quello che si richiede ad un pastore belga.
Questo punto fermo ha il vantaggio di porre l’attenzione sul fatto che è importante tener conto dei criteri di selezione degli accompagnatori dei greggi, i quali fin dai primi tempi hanno influenzato praticamente l’evoluzione della razza.
Bisogna soggiornare in Belgio per rendersi conto fino a che punto gli abitanti si possano lamentare di quel cielo così grigio che suscita umiltà e di ciò che è stato così ben cantato dal geniale Jacques Brel nel suo capolavoro “Le Plat Pays”. In un simile nebbioso, piovoso, monotono ambiente si può benissimo comprendere come gli uomini che vivevano all’aperto, dal temperamento praticamente uguale, preferissero un cane dal colore diverso da quello dei giorni normali col loro cielo grigio. Un cane con un pelame rosso per compensare nella loro vita la mancanza del sole. Per questo il Tervuren rossiccio marezzato di nero deve continuare a godere della preferenza. Poiché si tratta di un apprezzamento culturale del paese di origine, ha lo stesso valore di una fede. Chiunque riconosce i regolamenti della FCI si dovrà piegare una volta per tutte. È il paese di origine che determina le leggi in questa materia e ognuno ha il diritto fondamentale di proteggere il proprio patrimonio nazionale.
Bisogna poi ammettere, insieme a questa posizione ferma, che i principi filosofici e la scienza spesso non possono andare molto d’accordo. Ora la genetica applicata ci insegna che è sempre altamente spiacevole limitare a lungo termine il potenziale genetico di una data popolazione. Vista la particolarità della questione è questo che fa una selezione della razza in un modo pianificato. Se ne deduce dunque che non si possono superare in tale sviluppo alcuni limiti. Questi limiti devono essere accuratamente definiti dopo un dibattito, in cui ogni questione deve essere difesa da mode passeggere o da grilli personali.
In applicazione di questa regola scientifica fondamentale non si può disconoscere che i portatori grigi Tervuren hanno un potenziale pregevole, che non si può più continuare a sprecare ripetendo alcuni difetti che provengono da un passato lontano o chiuso. E questo venne compreso bene dalla disposizione della nuova edizione dello standard, visto che i veri Tervuren grigi ritrovarono il loro posto, con la possibilità di farsi riconoscere in mostre per il loro giusto valore, cosa che fu loro negata per un lungo periodo, e di conseguirvi così la qualifica “Eccellente”.
Si spera che da qui venga un adattamento genetico del potenziale della razza, da accreditare in parte al ben noto fenomeno della “eterosi” . Entro certi limiti si dovrebbe dar loro una vita completamente nuova sfruttandoli in una combinazione obbligatoria con esemplari rossicci. A condizione tuttavia che non si esageri nell’altra direzione, ossia nel cercare il colore grigio come prioritario con l’intento di distinguersi, o nel concedere, con una tolleranza esagerata, lo stesso statuto del colore grigio a cani che vengono descritti come “color sabbia”, “isabel” o “grigio mastice” e che altro non sono che colori estremamente sbiaditi e per questo non desiderati, non soltanto per preferenze culturali summenzionate prima ma più pragmaticamente in virtù di una scelta che testimonia buonsenso non allontanandosi troppo dalle esigenze della natura. Parallelamente i nostri antenati hanno rilevato che nelle regioni dove la razza si è sviluppata gli animali selvaggi non avevano mai un colore sbiadito. Quando nel corso degli anni si constata la disgrazia dei difetti genetici, che molto artificialmente hanno colpito razze acquisite, e si confronta tale situazione con la buona qualità del Pastore Belga, si capisce la saggezza di tale decisione.
Prima di tornare un’ultima volta alla nuova versione dello standard desideriamo ricordarLe che dall’edizione del 1989 in poi il Tervuren grigio non poteva ricevere alcun CAC/CACIB, neppure la menzione “Eccellente”. Questo corrispondeva comunque ad una visione alquanto ristretta del problema del colore nella razza. Questo principio non venne tuttavia applicato da tutti gli ispettori, in particolare quando nel paese di origine ispettori stranieri si lasciarono perlopiù influenzare da persone “importanti” che si arrogavano il diritto di condurre una guerra di influenza col KMSH.
Dal 2001 il colore “grigio” per i Tervuren viene di nuovo inserito tra i colori normalmente accettati dallo standard. Con prudenza tuttavia per favorire al massimo le combinazioni con il rosso marezzato di nero e di cui, come spiegato prima, il predominio è un compito imperativo.
Per non deviare da questo scopo lo standard 2001 menziona tra i piccoli difetti alla stessa stregua delle tinte non sufficientemente calde il “grigio”, aggiungendo: “ogni cane il cui pelame altro è rispetto al rossiccio marezzato di nero o che non risponde all’intensità desiderata non può essere considerato un cane d’élite”.
Che cosa significa dunque questa espressione? La maggioranza degli specialisti è concorde nel dire che un cane d’élite è in grado di conseguire un CAC o un CACIB. Cosa perfettamente logica visto che la FCI esige che i vincitori di queste qualificazioni siano cani con “merito eccezionale” e non con quello che viene comunemente chiamato una “piccola eccellenza”, perché non mostrano difetti importanti ma mancano di quel tocco di brio per potersi distinguere negli show.
Nella nuova pratica ciò significa che un Tervuren “grigio marezzato di nero” può conseguire senza alcuna contestazione la qualifica “Eccellente”, cui prima non aveva alcun accesso, sapendo tuttavia che al livello del CAC/CACIB il suo colore continua ad essere sempre un serio handicap se il suo pelame non è sufficientemente marezzato di nero e se, assai sfortunatamente per lui, si trova sul ring un rossiccio marezzato di nero di uguale valore. Per esserne convinti dobbiamo essere persuasi dell’idea che nei Tervuren soltanto il rossiccio marezzato di nero e il grigio marezzato di nero sono riconosciuti come tipici. Con la preferenza per il primo colore menzionato la logica è rispettata.
Con uno sguardo complessivo ciò significa che i cani grigi ricadono in ogni caso sotto il denominatore “altro rispetto al marezzato di nero”, e in una rigida applicazione del testo queste imperfezioni proibiranno loro l’accesso al CAC/CACIB, ma non si negherà loro nessuna eccellenza né si impedirà un’attiva integrazione nel rigido programma di selezione.
Contraddizione? Assolutamente no, perché si sottolinea in quell’idea l’importanza del marezzo nero nel “grigio”. Un marezzo nero che li pone più vicini alla comunità canina rossiccia marezzata di nero.
Questa sottile interpretazione è di primaria importanza e non si può di sicuro dimenticare mai…
Per i cani il cui colore di base del pelame è grigio, il difetto diventa più grave se manca il marezzo nero perché non possiedono più in quel caso la desiderata intensità. Come conclusione di tale interpretazione rimane soltanto la seguente: per il grigio non marezzato nero, niente CAC/CACIB!
Infine il colore costituisce un difetto davvero pesante e riceve una qualificazione più bassa qualora manchi a tal punto l’intensità che può essere descritto in quanto sbiadito: grigio pastore, color sabbia, colore opaco, isabel ecc., e viene inoltre giudicato in modo ancor più rigido qualora siano assenti le linee marezzate di nero.
Con questa ultima edizione dello standard si spera che venga chiuso per un lungo tempo un periodo di assurda disputa sul colore dei Tervuren. Questa disputa ha sprecato molte energie e creato un clima di diffidenza tra le varie associazioni che si interessavano di razza. In fin dei conti il perdente era l’amatore.
Il nuovo testo presenta il vantaggio, con la sua spiegazione sfumata, di soddisfare tutti i partiti ponendo al primo posto la provvista di combinazioni genetiche, disperse nei cani grigi validi.
Che altro si può desiderare da questo compromesso?
Una cosa ancora: che i Tervuren grigi che sono nondimeno discriminati dai regolamenti ufficiali di selezione in Belgio vengano presto rivalutati emendando, in modo conforme allo standard, il testo della selezione. Tale obiettivo deve essere realizzato in modo imperativo e l’iniziativa di ciò appartiene soltanto e unicamente alla Commissione ispettrice per l’allevamento. È suo compito reagire velocemente e uscire dall’attività rallentata in cui si è arenata dopo la ristrutturazione che ha visto la partenza dei firmatari di quest’articolo, pur tuttavia dedicato alla razza.

                                                                                 Abel Renard e Anny De Prez

 

 



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